STORIE USTICESI/1. “Quando i barconi della speranza li riempivamo noi”

Il tema delle migrazioni, alla luce dei recenti fatti di cronaca, é tornato prepotentemente alla ribalta negli ultimi tempi. I mass media, quotidianamente, portano alla nostra attenzione (e all’attenzione della nostra coscienza) immagini di barconi carichi di migranti, i quali, mettendo a rischio la propria vita, provano a raggiungere le coste italiane ed europee per coltivare la speranza di una esistenza migliore. Il dibattito in corso in Italia sull’argomento é aspro: la cultura dell’accoglienza si contrappone alle legittime istanze di difesa del territorio da assalti indiscriminati. Eppure, aspetto che troppe volte dimentichiamo, nel secolo scorso erano gli italiani a riempire i barconi della speranza e a partire verso lidi migliori. Neanche la piccola isola di Ustica sfuggiva, nel ‘900, a questo trend. Nell’articolo che segue, Agostino Caserta ripercorre alcuni aspetti dell’emigrazione usticese del secolo passato, conditi da alcuni gustosi aneddoti.

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(Agostino Caserta) A mia memoria, l’ultima emigrazione da Ustica, nel senso classico della parola, é stata quella della famiglia Bertucci, nota con il soprannome de “i bicchierini”, in quanto il padre, durante le feste, amava fare brindisi a suon di bicchierini di Rosolio siciliano, o liquore. Famiglia che era partita a spezzoni o a cordata per New Orleans nel 1953 circa.

001_Famiglia Compagno accoglie I parenti in visita da New Orleans.Maria Bertucci Compagno, “‘a bicchierina”, in una riunione di usticesi d’America svoltasi a San Diego nel 2012, mi disse che, per affrontare le spese di viaggio, il padre dovette vendere due terreni coltivati.

Mi ricordo che in quel periodo, il tema del giorno, in paese, era l’avere scelto non la nave, ma l’aereo, il cui biglietto costava 600 dollari a persona, che, per quei tempi, era una cifra esorbitante – al cambio corripondeva a circa 360 mila lire – che nel 1953 rappresentava la paga media di un lavoratore di circa 4-5 mesi o piú. Dal punto di vista dell’investimento, aggiunse Maria, il risultato fu ottimo.

Tra gli emigranti, tuttavia, c’era sempre qualcuno che non era contento del cambiamento, ed era disposto a usare tutti i risparmi accumulati per pagare i costi del viaggio pur di tornare alle sue abitudini nei luoghi natii: Alfredo Ventrice (detto “Tammurricchiu”, tamburino), dopo qualche mese tornó da New York deluso; appena mise piede nella vecchia banchina Barresi del porto di Ustica bació il suolo e, anticipando le domande dei presenti, esclamó ad alta voce: “Donna senza pudore, fiore senza odore, frutto senza sapore e sole senza calore!”.

L’America non fu il solo e primo obiettivo degli emigranti usticesi che lasciavano l’isola nella speranza di una vita migliore. Le prime tappe furono il Nord Africa, cui seguirono Argentina, Brasile, Nord America, Australia, Nord Europa, Nord Italia.

002_Famiglia Bertucci prima della partenza per l'AmericaOvunque andavano, gli emigranti usticesi, si trovavano a lottare contro disagi, inclusi discriminazione e razzismo, ma lavoravano duro, anche sottopagati, e alleviavano i lati negativi tenendosi uniti a mezzo delle tradizioni usticesi, nella gastronomia, nelle feste religiose, patronali, e anche nelle feste ricorrenti, come il Carnevale usticese, con balli in maschera in case private.

Un usticese residente a New Orleans raccontava, quando ritornava in estate a Ustica, che a casa sua, per Carnevale, gli invitati sedevano tutti ai lati della stanza, che al centro era usata come pista da ballo, e se era necessario, proprio come a Ustica, potevano usare le sedie di riserva, appese con chiodi al muro, e sedersi in doppia fila.

Il fatto piú impressionante che riguarda questo esodo é rappresentato dal numero di usticesi sparsi per il mondo, che si ipotizza essere di almeno 60 mila unitá. Visto che la piccola comunitá dei residenti a Ustica consta di circa 1.250 persone, ció si puó spiegare solo come conseguenza del fenomeno migratorio, durato circa 170 anni.

Le emigrazioni venivano caratterizzate dalle “cordate”, secondo cui gli espatriati in una regione richiamavano familiari, parenti e amici. Nella sola cittá di New Orleans, per questo motivo, vivono circa 30 mila oriundi usticesi e, sfogliando l’elenco telefonico, si trovano gli stessi cognomi che si riscontrano oggi nell’isola di Ustica.

003_Vecchio vapore carico di emigrant in partenza per gli USAA quei tempi gli “americani” spedivano ai parenti rimasti a Ustica i famosi “pacchi dall’America”, che arrivavano numerosi fino a metá anni ’60, pieni di ogni sorta di ben di Dio: dolcetti, gommette americane, caramelle strane e colorate, scarpe, carne in scatola, rossetti per donne, sigarette, tabacco, giocattoli, indumenti, rasoi elettrici (novitá assolute per l’Italia), anche camicie non di cotone ma di materiale sintetico e cravatte bizzarre, che mio padre classificava subito come “americanate”, ma jeans e white jeans per noi giovani erano all’ultima moda e ci faceno sentire dei gagá.

I fenomeni migratori, nel mondo, non si fermano. Anche se quelli da Ustica verso l’estero sono quasi allo stallo, in altre parti del mondo, oggi, sono una costante. Le  posizioni si sono invertite. Non dimentichiamo che anche noi usticesi siamo stati emigranti, quindi rispettiamo chi emigra verso i nostri lidi. Le economie mondiali, anche se apparentemente fiorenti, con l’aumento della popolazione e l’inabilitá di alcuni governi e istituzioni locali nel creare lavori, sono in realtá instabili e precarie. Si spera che gli usticesi, specie i giovani, non siano costretti di nuovo a fare le valigie…

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N.B. Foto e articolo sono stati inviati alla nostra redazione da Agostino Caserta. Le immagini, in ordine di apparizione dall’alto, ritraggono la famiglia Compagno che accoglie i parenti in visita da New Orleans; la famiglia Bertucci prima della partenza per l’America; un vecchio vapore carico di emigranti in partenza per gli Usa (1930).

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