CINEMA. A caccia dell’ennesima verità sulla strage del Dc-9 Itavia

(Alessandro Teri) A caccia della verità. L’ennesima, purtroppo non unica né ultima, di certo non definitiva. Oggi che alla traiettoria del Dc-9 Itavia, partito nel tardo pomeriggio del 27 giugno 1980 dall’aeroporto di Bologna e mai arrivato a Punta Raisi, come da destinazione per tutte le vittime della strage che porta il nome dell’isola – Ustica – a un centinaio di chilometri dalla quale si inabissarono ottantuno vite, viene aggiunto un punto radar immaginario, quello segnato dal regista Renzo Martinelli col film ora nelle sale, “Ustica”, per l’appunto.

In troppi hanno sbattuto la testa contro il muro di gomma che quasi trentasei anni fa venne eretto, non si da chi (?) per escludere allo sguardo di coloro ne avessero pieno diritto la realtà dei fatti, tanto che si può perfino provare ad aggirarli quei tetri mattoni dalla tenuta granitica, arrivando a scorgere una ricostruzione alternativa a tutti i rendering finora realizzati per capire come mai la forza di gravità sia di punto e in bianco diventata assassina su quell’aereo dalla livrea bianca e rossa.

Attraverso tale scorciatoia Martinelli mette in fatale correlazione la caduta del Dc-9 con la sorte del Mig libico, i cui resti furono rinvenuti a venti giorni dalla strage assieme a quelli del pilota paracadutatosi, con estremo tentativo di salvezza, sulle montagne calabresi della Sila: in un vortice di evoluzioni da war games arriva così a snodarsi la simulazione dell’inseguimento di due caccia statuitensi, la cui preda era il velivolo lanciato alla volta della Libia, a sua volta trovatosi ad incrociare la rotta dell’aereo di linea italiano, fatidicamente speronato da uno dei piloti a stelle e strisce. Non, dunque, un’esplosione in volo causata da un missile, stando alla verità processuale. E il Mig libico? Schiantatosi perchè a secco di carburante.

A pochi mesi, dunque, dal documentario di Canal Plus che rilanciava l’ipotesi, già tracciata da Francesco Cossiga, dell’abbattimento con un missile ad opera di caccia francesi, ecco servita una nuova versione della strage cui, malgrado il dolore dei parenti delle vittime e il rispetto dovuto all’opinione pubblica italiana, è stata più volte trovata sceneggiatura sugli schermi cinematografici e televisivi, sulle pagine dei giornali e dei libri, nei palazzi di giustizia.

Vero è soltanto che a tenere il conto delle verità riguardo la reale bandiera battuta dall’aereo o dal missile che mise fine alle sorti dei passeggeri del Dc-9 Itavia potrebbero non bastare più le dita di una mano, quando il plurale è colpevole nemico della giustizia, che se fosse tale rilascerebbe una sola verità, quella inappellabile di un giusto tribunale.

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