DC9 ITAVIA. La verità dell’ex capitano Ciancarella: “Fu l’Aeronautica italiana ad abbatterlo”

(Roberto Rizzuto) “Un delitto premeditato e volontario consumato dalle forze aeree italiane in ossequio e in obbedienza a una necessità statunitense, che gli Stati Uniti non potevano, in quel momento, realizzare autonomamente sul nostro territorio. Quella strage era finalizzata a precostiture la condizione di legittimità per la destabilizzazione del regime libico del colonnello Gheddafi”.

Mario Ciancarella, ex capitano dell’Aeronautica, sintetizza in questo modo l’esito delle indagini da lui condotte insieme ad Alessandro Marcucci – ex colonnello dell’Aeronautica, successivamente morto in circostanze sospette – sulla vicenda del DC9 Itavia, l’aereo civile italiano caduto nel mar Tirreno la sera del 27 giugno 1980 con a bordo ottantun persone, e trovatosi, verosimilmente, coinvolto in uno scenario internazionale di guerra.

Le indagini di Ciancarella e Marcucci prendono spunto dalle confessioni, fatte allo stesso Ciancarella, dall’allora maresciallo dell’Aeronautica militare Mario Alberto Dettori dopo la strage. Dettori, la sera del 27 giugno 1980, era in servizio alla base di Poggio Ballone, in Toscana. Da lì assistette all’operazione militare che si concluse con l’abbattimento del DC9: “Stanotte è successo un casino, qui finiscono tutti in galera. Siamo stati a un passo dalla guerra”, dirà Dettori, agitatissimo, alla moglie, la mattina del 28 giugno.

A Ciancarella, inoltre, il maresciallo confidò: “Siamo stati noi ad abbattere il DC9”. Dettori verrà trovato impiccato a un albero nel 1987, mentre Marcucci rimarrà vittima di un incidente aereo dai contorni assai dubbi nel 1992.

Ma qual era esattamente il “piano di guerra” studiato per la sera del 27 giugno 1980, secondo Ciancarella? “Gheddafi – dice – quella sera aveva ottenuto l’autorizzazione per recarsi a Varsavia, in Polonia; autorizzazione che ottenne per il solo fatto che era stata organizzata una trappola mortale ai suoi danni. Il piano era quello di attribuire a Gheddafi la responsabilità dell’esecuzione dell’abbattimento di un velivolo civile; in realtà, questo abbattimento lo effettuammo noi, e lo avremmo dovuto attribuire ‘all’arma dell’indiano’, facendo trovare sul posto un Mig, che, secondo gli esiti delle ricerche di Marcucci, era decollato dalla base italiana di Pratica di Mare; il pilota del Mig, una volta portato a terra e bloccato, quindi, avrebbe confessato, mentre Gheddafi sarebbe stato fermato in Polonia; nel contempo la portaerei americana “Saratoga”, che era a Napoli, si sarebbe portata al di là delle coste siciliane, sdraiando su Tripoli una bordata di F-16, mentre i soldati dell’opposizione libica avrebbero avviato la rivoluzione interna”.

Cosa fece saltare il piano? “Lo stesso Gheddafi – dice Ciancarella – in un’intervista resa a Rete 4 negli anni ’90, rivelò di essere stato avvisato dai servizi segreti italiani andreottiani, che gli dissero di sparire dai cieli italiani, dieci minuti prima dell’impatto fatale; quindi, giunto all’altezza di Malta, deviò, tornando indietro”.

Il piano era dunque saltato, e spiegare la presenza di un Mig libico nelle aerovie civili italiane, sarebbe stato un problema. “Nel momento in cui venne buttato giù il DC9 – prosegue Ciancarella – sul posto non c’era più Gheddafi, di conseguenza c’era bisogno di abbattere il Mig, che verrà ritrovato sulla Sila, e di costruire il noto castello di bugie”.

L’operazione militare del 27 giugno 1980, dunque, non costituiva un tentativo di uccidere direttamente Gheddafi, bensì mirava a delegittimarlo, attribuendogli la responsabilità dell’abbattimento di un aereo civile, così da giustificarne, a livello internazionale, la destituzione.

Questo, secondo la ricostruzione di Mario Ciancarella, fu lo scenario in cui, una notte di trentasei anni fa, ottantun persone persero la vita nel cielo tra Ustica e Ponza. Un racconto, il suo, che non ha convinto il giudice Rosario Priore, che lo ascoltò, a suo tempo, nell’ambito dell’inchiesta sul disastro. Questa ricostruzione fornita da Ciancarella, tuttavia, merita di essere raccontata, in quanto basata su elementi fatti emergere da testimoni diretti dei fatti del 27 giugno 1980.

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