L’EDITORIALE. La denuncia contro il blogger, una zappata sui piedi: sindaco, ma chi ti dà consigli?

La vicenda dell’archiviazione del procedimento penale a carico del blogger usticese Pietro Bertucci, innescato da una denuncia-querela presentata dal sindaco Attilio Licciardi, offre lo spunto per alcune riflessioni.

La prima evidenza è rappresentata dall’irragionevolezza di un’accusa – quella di un presunto procurato allarme – che, già al momento della sua formulazione, aveva lasciato perplessi i più. Quanto scrive il pubblico ministero – figura che nel procedimento penale rappresenta l’accusa – nella sua richiesta di archiviazione accolta dal giudice per le indagini preliminari, non lascia spazio a dubbi: l’accusa rivolta da Licciardi a Bertucci è infondata: il post pubblicato su Ustica Sape nel gennaio 2015, attraverso il quale si lamentava una cattiva gestione pubblica del depuratore comunale, con tanto di fotografia a corredo, rispettava integralmente i limiti della verità, pertinenza e continenza, ovvero i tre pilastri a sostegno del diritto di cronaca, cui, chi esercita attività giornalistica, deve attenersi.

Se poi l’attività dei blog non registrati come testate giornalistiche sia equiparabile a quella delle testate registrate, e se, quindi, il diritto di cronaca possa essere rivendicato anche dai gestori dei primi, è materia di giurisprudenza che meriterebbe di essere approfondita. Non passa inosservato, in questo senso, nel testo a firma del pubblico ministero, il fatto che, in due diversi passaggi, Bertucci venga definito “giornalista”, che è propriamente la condizione di chi esercita la professione giornalistica essendo iscritto nell’apposito albo professionale, requisito, questo, che il blogger gestore di Ustica Sape, Pietro Bertucci, non ci risulta possedere. Ad ogni modo, due diversi magistrati, vale a dire un pubblico ministero rappresentante l’accusa e un giudice terzo, si sono espressi nei termini che vi abbiamo raccontato, ponendo fine al procedimento penale a carico del blogger.

Non solo Bertucci non ha commesso il reato, ma il pm ha tenuto a precisare che “il cattivo funzionamento del depuratore era già oggetto di un procedimento penale, che ha portato al sequestro del depuratore medesimo e alla conclusione delle indagini per reati ambientali anche nei confronti del querelante”. Licciardi, insomma, si è dato la classica zappata sui piedi, venendo quasi redarguito dal magistrato che avrebbe invece dovuto rappresentare la sua accusa in sede processuale.

Un’iniziativa disastrosa sotto ogni aspetto, insomma, quella intrapresa dal primo cittadino usticese. Se si considera, inoltre, che dalla presentazione della denuncia-querela (febbraio 2015) ad oggi sono trascorsi venti mesi, e che svariati pubblici ufficiali pagati con i soldi di tutti, tra magistrati e agenti di Polizia giudiziaria, sono stati tenuti impegnati nell’espletamento di una pratica che ha portato a un sonoro buco nell’acqua, si realizza ancora più efficacemente l’inutilità dell’azione avviata dal sindaco.

L’auspicio è che, per lo meno, questa vicenda sia d’insegnamento per il futuro, e che a prevalere, in situazioni simili che dovessero verificarsi ancora, sia il buon senso, e non controproducenti esibizioni di forza, come accaduto in questo caso.

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